Un solo riformista alle presidenziali


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'Sfida tra conservatori in Iran'

Un Paese sotto pressione qalibaf_iran_296

di Bianca Biancastri
(bianca.biancastri@rai.it)

Stabilità economica, miglioramento delle relazioni internazionali per indebolire l’embargo e le sanzioni e superare l’isolamento. Queste le promesse dei candidati conservatori alle presidenziali per il dopo Ahmadinejad. Due i favoriti, il sindaco di Teheran Qalibaf e il capo negoziatore sul nucleare Jalili, entrambi vicini alla Guida suprema Khamenei. Per il secondo c’è anche l’appoggio dei Pasdaran, l’ala militare dell’apparato post-rivoluzionario. Dei sei candidati conservatori ammessi dal Consiglio dei Guardiani, si è ritirato l'ex presidente del Parlamento, Hadad Adel, per favorire il suo blocco. Del fronte dei riformisti si è ritirato invece  Mohammed Reza Aref per non disperdere le forze in favore del moderato Rohani, che guadagna terreno.  Tra i candidati considerati outsider,  recupera spazio anche il conservatore Velayati, consigliere di politica estera della Guida suprema. Secondo i sondaggi, tuttavia, nessuno dei candidati otterrà il 50% più uno dei consensi, quota necessaria per essere eletto al primo turno e non andare al ballottaggio.

Non hanno superato la selezione del Consiglio dei Guardiani alcuni big della politica iraniana, come l’ex presidente Rafsanjani, tecnocrate vicino ai riformisti, e Mashei, delfino di Ahmadinejad. Sembra proprio che l’ayatollah Khamenei abbia voluto regolare i conti con i riformisti e con i populisti-nazionalisti di Ahmadinejad, il presidente uscente che ormai tre anni fa aveva osato sfidarlo prendendo le distanze dal radicalismo islamico sciita ultraconservatore.

La Guida suprema, che nel complesso labirinto dei poteri della Repubblica islamica ha soprattutto un ruolo di guida e mediazione tra le fazioni politiche iraniane, sembra voler arrivare alle urne questa volta per consolidare il suo potere. Le gravi sfide politiche, anche internazionali, hanno messo a rischio un equilibrio funzionante attraverso complessi e farraginosi meccanismi che consentono a tutta la cerchia di comando di esprimere un giudizio e una posizione nel sistema, anche mostrando un apparente pluralismo. L’Iran è una Repubblica islamica dal 1979. Il nuovo Stato è stato disegnato con una struttura di potere a due teste: da una parte organi politici di emanazione religiosa non eletti, in cui risiede il cuore del potere (Consiglio dei Guardiani e Consiglio per i pareri di conformità); dall’altra, Presidente, Parlamento e Assemblea degli esperti, eletti dal popolo. Al vertice del sistema, la Guida suprema, massima espressione della Velayat-e faqih (ruolo di guida del faqih, il giurista islamico, sulla comunità dei credenti). La guerra Iran-Iraq degli anni '80, infine, ha consolidato il potere militare e anche economico dei pasdaran, creati inizialmente come milizia del popolo, di forte ispirazione religiosa ma di composizione laica. La cerchia ristretta di potere in Iran è anche espressione di una forte dimensione economica e si divide il controllo degli affari economici attraverso potenti fondazioni.

 

Dopo il ritiro di Mohammed Reza Aref, ex braccio destro dell'ex presidente Khatami,
del fronte riformista non resta che il moderato Rohani. I riformisti avevano già avviato la loro campagna elettorale al fianco di Rafsanjani, segnando una svolta politica perché tecnocrati e riformisti erano su posizioni rivali. Le due presidenze di Rafsanjani hanno infatti favorito una certa apertura economica e la fine dell’isolamento del Paese ma anche visto i religiosi conservatori estremisti occupare posti in fondazioni, forze paramilitari e sistema giudiziario. Un mese fa erano circolate voci su una possibile candidatura del riformista Khatami, che era stato il quinto presidente della Repubblica islamica, dal 1997 al 2005, prima di Ahmadinejad. Il politico che conserva ancora popolarità nella classe media, fra i giovani e le donne grazie alle promesse sulla condizione giovanile e sull’allentamento dei costumi islamici (poi mai realmente realizzate), era stato emarginato per sintonie con i leader riformisti Mussavi e Karrubi, ancora agli arresti domiciliari. Khatami non si è più presentato dopo un duro monito da parte del ministro ai Servizi segreti, Moslehi.

Con l’avvicinarsi del voto le autorità iraniane hanno ribadito che non saranno tollerati atti di sedizione e manifestazioni come quelle del 2009 dopo la rielezione di Ahmadinejad per il secondo mandato, con un bilancio di decine di morti, migliaia di arresti e diverse condanne a morte. Negli ultimi anni ogni forma di opposizione politica è stata soppressa. Sono almeno quaranta i giornalisti detenuti nelle prigioni iraniane durante la campagna elettorale. Oscurati centinaia di siti web e pubblicazioni riformiste. Diminuita la velocità di connessione al web. L’avvocatessa iraniana,premio Nobel per la pace, Shirin Ebadi, accusa l’ayatollah Khamenei di essere “il principale responsabile delle ingiuste preselezioni” dei 686 candidati ufficialmente registrati, tra cui una trentina di donne. Queste elezioni “non saranno libere né trasparenti”, afferma il premio Nobel.

Le principali sfide che il nuovo presidente dovrà affrontare sono la questione del programma nucleare iraniano, la crisi siriana e la crisi economica.