I dati di Telefono Rosa


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Femminicidio, le parole contano

Parla Monica Lanfranco, autrice del libro Uomini che amano-odiano le donne

di Gabriella Ramoni

I dati diffusi dall’Osservatorio del Telefono Rosa nel Rapporto “Le voci segrete della violenza” mostrano che la violenza sulle donne non diminuisce e avviene quasi sempre tra le mura domestiche. Marito,convivente o ex partner sono in prevalenza gli autori degli abusi. Un commento da Monica Lanfranco, autrice del libro Uomini che amano-odiano le donne, che sarà presentato il 12 marzo a Roma, presso la Casa Internazionale delle donne di via della Lungara.

"I dati parlano da soli, e purtroppo anche i fatti. Accanto alle cifre della mattanza di donne in Italia nel 2012, in grandissima maggioranza vittime tra le mura di casa o comunque di uomini conosciuti, c’è da registrare che siamo solo a marzo e già la cronaca ci consegna 13 nomi femminili da aggiungere all’intollerabile elenco del femminicidio, una parola che comincia a farsi strada per definire una fattispecie specifica di reato, ma che ancora non è ben vista".

Che fare?
"Prestare attenzione ai particolari, ai comportamenti che possono concorrere a creare una cultura violenta contro le donne, al linguaggio che usiamo con le ragazze e i ragazzi, a non sottrarsi e voltare la testa quando assistiamo a episodi sessisti, e moltiplicando iniziative di incontro e discussione nelle scuole, perché è da lì che bisogna cominciare".

Scuola, cultura, linguaggio sono i terreni da arare?
"Cominciando a “chiamare le cose con il proprio nome”. Non è un caso che per indicare alcuni comportamenti sessisti in Italia non ci siano le parole per dirli. Nel generico molestie sessuali ci sono diverse fattispecie di offese e atteggiamenti violenti contro le donne che, per esempio, in inglese si differenziano tra street harassment oppure stalking, o ancora sexual mobbing in the workplace, tutti comportamenti precisi, che tra l’altro in diversi paesi hanno specifiche leggi a definire specifici reati".

Altrove, dunque, le parole ci sono e si usano. Perché in Italia si fatica a far passare il concetto di femminicidio?
"Azzardo una risposta: perché il negazionismo, sempre in agguato quando si tratta di questioni che coinvolgono le relazioni tra i generi, è la strada più facile per evitare di ragionare.
Se si liquida la faccenda con una alzata di spalle, storcendo il naso alla parola femminicidio, si evita di affrontare il cuore del problema: non tutti gli uomini sono assassini, ma alcuni uomini uccidono le donne che hanno amato, o con le quali sono in relazione a vario titolo, perché esiste consenso, in varie forme, per giustificare questa violenza, o comunque i vari gradi di escalation che la precedono. Gelosia, raptus, rabbia non controllata, persino la passione vengono addotti quali attenuanti alla violenza maschile.
Non si nasce femminicida, ma lo si può diventare anche perché esiste una sottovalutazione sociale frequente dei passaggi che precedono l’approdo alla violenza finale: si tollerano forme di sessismo definite ‘scherzo’, si simpatizza con varie forme di disprezzo e di volgarità contro le donne che costituiscono il terreno di coltura che è già sinonimo di violenza. Internet ne è piena, i social network e youtube pullulano di siti ‘divertenti’ che in realtà sono, spesso, istigazione a delinquere. Fino a che non tanto la parola femminicidio, ma il senso della parola stessa non avrà reso evidente nella sua chiarezza che esiste una cultura violenta da debellare, ogni donna uccisa sarà ammazzata due volte: da chi l’ha privata della vita e da chi non vede quello che accade".